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SempliceMenteZen

Dopo aver analizzato alcuni dei capisaldi dell’ACT, oggi parliamo di un’altra modalità di “fusione”, ovvero con il cosiddetto “Sè concettualizzato”.

Sè concettualizzato e Sè Come Contesto

Per cominciare a familiarizzare con questi concetti, possiamo partire dal farci una prima semplice domanda: 

Quale maschera stiamo indossando?

Per chiarire ed approfondire il significato della parola “maschera”, possiamo porci altre domande significative:

  • Qual è la “storia” che ci stiamo raccontando su noi stessi e che abbiamo cominciato a produrre sin da quando eravamo bambini?
  • Quale definizione di noi stessi possiamo fornire?
  • Quale definizione del rapporto che abbiamo con gli altri, la nostra mente ha “costruito” nel tempo?
  • Con quale personaggio, “costruito” da noi stessi, ma anche sulla base dei segnali e delle indicazioni fornite da di chi ci circonda, stiamo vivendo ed interagendo col mondo?
  • Quali “etichette”, spesso negative ed arbitrarie, ci attribuiamo? ad esempio: “Lo stupido”, “Il casinista”,  “Lo sfigato”, “Il povero”, “Il malato”, “Il guastafeste”, “L’ansioso”, “Il depresso”, “l’imbranato” o altro.

Ogni risposta che forniamo a queste domande fa riferimento a quello che viene definito il nostro “Sè concettualizzato”; ovvero un insieme di definizioni che ci “raccontano” quello che la mente ha “costruito” e “imparato a pensare” di noi stessi. Ancora una volta essere “fusi” con questa “maschera” che la “nostra storia di vita” ha prodotto per noi, può determinare comportamenti disfunzionali e sofferenza psicologica.

Il “Sè concettualizzato” inoltre conduce spesso a comportamenti rigidi, a fissazioni su problemi specifici, che non permettono di “vivere l’esperienza” e non agevolano la naturale evoluzione psicologica.

Molto di questo modo di “rappresentarsi”, è conseguenza, come dicevamo precedentemente, di ciò che abbiamo appreso sin da bambini e dell’ambiente in cui siamo cresciuti. 

Vale la pena dunque chiedersi quali regole vigevano nella famiglia di origine. 

  • In che modo venivano considerate le “emozioni”?
  • Si potevano esprimere liberamente?
  • Quali emozioni erano considerate “giuste” e quali “sbagliate”?
  • Come venivano gestite le emozioni “spiacevoli”? 
  • Venivano represse?

La corretta comprensione e gestione delle emozioni è fondamentale per poter vivere una vita piena e significativa. Le emozioni sono infatti il “motore” che attiva il nostro agire. E’ da questo vissuto che la nostra “storia” è stata costruita e lentamente si è cristallizzata in una rappresentazione rigida di noi stessi: il “Sè concettualizzato”.

La controparte virtuosa del “Sè concettualizzato” nell’ACT è il “Sè come contesto”.

La vita può essere immaginata come una sorta di “rappresentazione teatrale”, dove ogni singola persona, interpreta un “ruolo” più o meno costruito. 

Su questo “palcoscenico” della vita dunque il “Sé concettualizzato” è la “maschera” che indossiamo tutti, mentre interpretiamo il nostro “ruolo” e che ci consente le interazioni sociali.

Facendo un passo a lato e ponendosi in una posizione di autoanalisi o meglio di meta-analisi, ovvero di “spettatore” che in terza persona “osserva” ciò che accade su questo palcoscenico ideale, attiviamo la modalità che nell’ACT viene definita del “Sè come contesto”.

Il vantaggio di “osservare” le nostre esperienze interiori ed esteriori da un punto di vista privilegiato è quello di prendere una opportuna “distanza” dai coinvolgimenti, dalle “fusioni” e dalle rigidità psicologiche.

Il “Sè come contesto” esercita dunque il ruolo di “osservatore” partecipe, gentile e compassionevole della propria “esperienza”, mentre questa accade.

Ancora una volta, come nel caso della “defusione” e dell’”accettazione”, qui stiamo parlando di mettere “spazio” tra noi e “qualcosa” (pensieri, emozioni, ruoli), senza cercare di eliminare quello che consideriamo rigidamente come un problema, ma andando oltre. Lo scopo è liberare risorse cognitive per indirizzarsi verso la “flessibilità psicologica”.

Restare serenamente presenti in tutte le proprie “esperienze”, senza connotarle come positive o negative, senza cercare di eliminarle, senza cercare di evitarle, ma vivendole con flessibilità, cioè prendendo da esse una opportuna “distanza”.

Grazie Gassho

Per altri Articoli sull’ ACT, leggQUI.


Indice articoli:

  1. Introduzione
  2. Contatto con il momento presente (Consapevolezza)
  3. Fusione Cognitiva e Defusione
  4. Accettazione
  5. Sè concettualizzato e Sè Come Contesto
  6. Valori ed Azioni impegnate

 


Bibliografia e libri da leggere:

Tecnici:

  • “ACT. Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy” di Steve C. Hayes, Kirk D. Strosahl
  • “Fare act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy” di Russ Harris

Divulgativi e self-help:

  • “Se il mondo ti crolla addosso. Imparare a veleggiare tra le ondate della vita” di Russ Harris e G. Presti
  • “La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere” di Russ Harris e G. Presti
  • Vivere momento per momento” di Jon Kabat-Zinn
  • “Qui e ora. Strategie quotidiane di mindfulness” di Siegel Ronald D.

Massimiliano Farucci

Questo articolo è stato scritto da Massimiliano Farucci. Di sé stesso dice, di essere semplicemente un "cercatore". Da anni, infatti, si dedica alla ricerca di vari percorsi di crescita personale ed interiore. Ha cominciato studiando da autodidatta le tecniche di "cambiamento personale" e la "psicologia". Quindi si è interessato alle filosofie orientali, tra cui il Buddismo. Ha intrapreso un percorso di pratica nella tradizione Zen. Non ha abbandonato tuttavia la sua passione per la psicologia e la crescita personale, lavorando oggi per scovare degli "interessanti punti comuni" tra la Scienza occidentale e la Saggezza orientale.
Massimiliano Farucci

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