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SempliceMenteZen

Continuiamo ad approfondire le tematiche legate all’ACT, affrontando oggi uno dei capisaldi di questa terapia/pratica:

Accettazione

Questo termine che ritroviamo nella prima lettera della sigla ACT (Acceptance=Accettazione), ha un significato ben preciso e distinto dalla accezione comune. Di solito accettare qualcosa significa arrendersi, rassegnarsi, restare prigioniero e passivo in una certa condizione/situazione, continuando a soffrire, a rimuginarci su, a disperdere energie cognitive.

Nel caso dell’ACT invece l’accettazione diventa esattamente il contrario, ovvero un “mezzo”, una azione positiva che porta ad accettare tutte le situazioni, anche le peggiori, quelle più dolorose che la vita ci pone innanzi. Lo scopo di tutto ciò è liberare risorse mentali e cognitive per poter andare oltre e focalizzarsi su quello che nella vita è davvero importante.

Stiamo dunque parlando di una assunzione di consapevolezza.

Essere consapevoli che il raggiungimento di un certo scopo è fallito è un primo ottimo passo verso il superamento di tutte quelle fasi (che hanno comunque una loro valenza come tristezza, ansia, rabbia), che si susseguono all’evento e ci possono trascinare in una lunga spirale negativa.

Con l’accettazione dunque si sospendono investimenti inutili e relative emozioni negative per potersi focalizzare invece sul ricreare l’equilibrio.

Ancora una volta l’ACT si pone come obiettivo quello di creare una “flessibilità psicologica” che ci consenta di vivere una vita significativa, nonostante la sofferenza.

L’accettazione, come la mindfulness e la defusione, non vuole eliminare la sofferenza, poiché tentare di fare ciò significa solo amplificare ulteriormente il dolore associato. Bensì vuole stimolare ad eliminare i tentativi di soluzione inutili, accogliendo ciò che la vita ci propone nel bene e nel male, mentre percorriamo, attraverso i Valori, una strada per noi significativa.

Possiamo a questo punto stilare un elenco di concetti sui quali si basa l’ACT ed in particolare l’accettazione:

  • La sofferenza psicologica è normale ed accompagna tutti. Di conseguenza è possibile vivere una vita ricca, felice e significativa attraverso l’appagamento profondo dei propri Valori e dunque delle relative Azioni, nonostante ci si debba continuamente confrontare con tutta la gamma di emozioni e pensieri umani.
  • La sofferenza psicologica non può essere eliminata volontariamente. Il rischio infatti in questi casi è di peggiorare la situazione, intraprendendo azioni inutili.
  • Il dolore e la sofferenza sono parte dell’essere umano “normale”. Combattere contro pensieri ed emozioni negative non migliorerà la situazione, anzi la peggiorerà, poiché il controllo su tali stati è minore di quanto si possa immaginare.
  • Non bisogna identificarsi col proprio dolore. Ognuno dovrà prima o poi confrontarsi con crisi, dolore e sofferenza. Nessuno potrà sottrarsi a vecchiaia, malattia, e morte, così è da sempre, così è per tutti. Che senso ha allora identificarsi con qualcosa di negativo ed inevitabile? Perché restare vittima di ciò che è ineluttabile e che in un modo o in un altro interesserà tutti gli esseri umani?

L’insieme di strategie che normalmente mettiamo in atto con lo scopo di controllare e/o alterare le nostre esperienze interne (pensieri, emozioni, sensazioni o ricordi) viene definito “evitamento esperenziale”. In pratica si tratta di tentativi per evitare, tenersi lontano, per controllare l’ansia, per creare pensieri che controllano altri pensieri (ruminazione e rimuginio), per cercare di non pensare o di non ricordare un dolore, tramite comportamenti dannosi e disfunzionali.

L’esatto contrario dell’evitamento esperenziale è l’accettazione. Spesso l’accettazione viene definita anche un “aprirsi all’esperienza” o “lasciare spazio”.

La storia di seguito può darci il senso di tali definizioni.

Un discepolo chiese al suo maestro Zen cosa significasse “dare spazio alla sofferenza”.
Il maestro allora ordinò al discepolo di sciogliere un cucchiaio di sale in un bicchiere d’acqua e di berne un sorso. Dopodichè chiese:” Com’è l’acqua?”,
il discepolo rispose “Salatissima, imbevibile!”.
Quindi il maestro ordinò al discepolo di sciogliere lo stesso cucchiaio di sale in un lago e di berne un sorso.
Stessa domanda : ”Com’è l’acqua?”,
il discepolo rispose: “Ottima, freschissima!”.

Questa storia ci fornisce dunque un‘altra interpretazione del concetto di accettazione, mettere “spazio” tra noi e la sofferenza ed intanto “organizzarsi” attraverso i Valori per vivere una vita ricca e significativa.

In conclusione possiamo dire che l’accettazione ci aiuta a:

  • Non giudicare in maniera severa noi stessi e le nostre esperienze interiori / esteriori.
  • Notare ed accogliere tutti i nostri stati emotivi, provando a farceli osservare da una posizione esterna.
  • Ad evitare di dare potere ai pensieri ed alle emozioni, al fine di non farli incidere negativamente sulla qualità della nostra esperienza quotidiana.

Grazie Gassho

Per altri Articoli sull’ ACT, leggQUI.


Indice articoli:

  1. Introduzione
  2. Contatto con il momento presente (Consapevolezza)
  3. Fusione Cognitiva e Defusione
  4. Accettazione

 


Bibliografia e libri da leggere:

Tecnici:

  • “ACT. Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy” di Steve C. Hayes, Kirk D. Strosahl
  • “Fare act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy” di Russ Harris

Divulgativi e self-help:

  • “Se il mondo ti crolla addosso. Imparare a veleggiare tra le ondate della vita” di Russ Harris e G. Presti
  • “La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere” di Russ Harris e G. Presti
  • Vivere momento per momento” di Jon Kabat-Zinn
  • “Qui e ora. Strategie quotidiane di mindfulness” di Siegel Ronald D.

Massimiliano Farucci

Questo articolo è stato scritto da Massimiliano Farucci. Di sé stesso dice, di essere semplicemente un "cercatore". Da anni, infatti, si dedica alla ricerca di vari percorsi di crescita personale ed interiore. Ha cominciato studiando da autodidatta le tecniche di "cambiamento personale" e la "psicologia". Quindi si è interessato alle filosofie orientali, tra cui il Buddismo. Ha intrapreso un percorso di pratica nella tradizione Zen. Non ha abbandonato tuttavia la sua passione per la psicologia e la crescita personale, lavorando oggi per scovare degli "interessanti punti comuni" tra la Scienza occidentale e la Saggezza orientale.
Massimiliano Farucci

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