Glossario Termini

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Glossario Termini2017-03-16T11:23:48+00:00

#A


 #B

Bodhisattva

Secondo le dottrine del Buddhismo Mahāyāna (tra cui lo Zen), lo stato di buddha può essere conseguito da qualsiasi “essere senziente”, possedendo ogni “essere senziente” la “natura di buddha” (tathāgata-garbha).
Ne consegue che chiunque pronunci con sincerità il voto di bodhisattva è un bodhisattva e col prosieguo del tempo e grazie alla costante pratica delle pāramitā (perfezioni), può realizzare la piena “buddhità” e divenire esso stesso un buddha perfettamente illuminato.
Il voto del bodhisattva (vedi sutra “i quattro voti del Bodhisattva”) nella letteratura Mahāyāna richiama inequivocabilmente il desiderio di condividere la bodhi con tutti gli esseri senzienti.
Lo stato di buddha è quindi l’obiettivo da conseguire per i mahāyānisti. Il percorso per raggiungere tale stato si avvia con la scelta di divenire un bodhisattva, adoperandosi per la “liberazione” di tutti gli esseri senzienti. Siccome la dottrina della “vacuità” (dottrina centrale per i mahāyānisti), insegna che non c’è alcun fenomeno separato dall’altro, allora non vi può essere alcuna “liberazione” individuale, tutti realizzeranno la bodhi.

(Fonte: Wikipedia + modifiche personalizzate)

Bodhi

Il termine sanscrito e pāli Bodhi indica il risveglio buddhista, inteso in senso spirituale, tradotto in Occidente anche con il termine: illuminazione. Il termine bodhi indica quindi l’illuminazione spirituale nell’ambito della religione buddhista.

(Fonte: Wikipedia + modifiche personalizzate)

Bodhicitta

Il termine Bodhicitta (“Mente di illuminazione” o “Mente del Risveglio“) è proprio del Buddhismo Mahāyāna dove indica l’intenzione del bodhisattva di conseguire l’illuminazione per la salvezza di tutti gli esseri senzienti. La bodhicitta è l’amore illimitato verso tutti gli esseri e il profondo desiderio di liberarli dalla sofferenza del samsara. Il bodhisattva (grande essere – Mahasattva) mette sempre al primo posto il prossimo non guardando se è suo amico o suo nemico. Fa parte del secondo aspetto del sentiero dopo la “rinuncia” ovvero la grande determinazione a uscire dalla sofferenza e la ” vacuità” (Śūnyatā) ossia il vuoto di esistenza separata dei fenomeni.

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#C

Compassione

def.: “Il desiderare che tutti gli esseri senzienti siano liberi dalla sofferenza“.
Nel buddhismo Mahāyāna (Zen) la “compassione” (karuṇā) rappresenta unitamente alla “saggezza” (prajñā) i due pilastri delle proprie dottrine e pratiche religiose. La dottrina e la pratica mahāyāna della “compassione” si fondano sulla consapevolezza (saggezza, sans. prajñā) della “Verità della Via mezzo“(Dharma non-duale), predicata da Nāgārjuna ovvero sulla compresenza della “assolutezza” o vacuità (sans. śunyātā) e della “singolarità” o “provvisorietà” in ogni aspetto della Realtà ultima per cui essendo “Tutto” privo di esistenza intrinseca, indipendente, ogni fenomeno esiste sia nella sua natura soggettiva (“convenzionale”) e contemporaneamente nella sua relazione con gli altri (“assoluta”) rappresentando la “singolarità” una delle molteplici manifestazioni di un’unica Realtà ultima. Le distinzioni che la mente opera di continuo, unicamente dividendo e classificando in categorie le percezioni, sono viste, dunque, come illusorie e l’ego se non compreso anche olisticamente con l’intera Realtà è solo un’illusione poiché non esiste un io separato da tutto il resto.
Per questa ragione il buddhismo Mahāyāna non predica il “distacco” nei confronti dei sentimenti e dei vissuti quale l’amore e la pietà, ma fonda la sussistenza di ciò sulla corretta comprensione della Realtà ultima (saggezza, sans. prajñā).
Quindi non vi può essere “compassione senza saggezza“, né “saggezza priva di compassione“.
Nel buddhismo Mahāyāna il principio della “compassione” è rappresentato dal bodhisattva ( clicca QUI per approfondimenti) cosmico Avalokiteśvara.

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Consapevolezza

La consapevolezza rappresenta uno stato di “presenza mentale non giudicante“, di vigile attenzione, di apertura ricettiva, di percezione del sé nel momento presente, nel qui ed ora.

(Per approfondire clicca QUI)


#D


#E


#F


#G


#H


#I


#J


#K

Kōan

Kōan è un termine proprio del Buddhismo Zen. Questo termine indica lo strumento di una pratica meditativa. Consiste in una sorta di indovinello, una affermazione paradossale o un racconto usato per aiutare la meditazione e quindi “risvegliare” una profonda consapevolezza. La soluzione dunque non è mai intellettuale, anzi spesso non c’è alcuna soluzione, ma rappresenta uno strumento per agevolare una intuizione (insight). Di solito narra l’incontro tra un maestro e il suo discepolo nel quale viene rivelata la natura ultima della realtà.


#L


#M


#N

Nobile Ottuplice Sentiero

  1. Retta parola, cioè l’assunzione della personale responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che esse non producano effetti nocivi sugli altri e di conseguenza a noi stessi; ciò significa anche che il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso.
  2. Retta azione, cioè l’azione non motivata dalla ricerca di egoistici vantaggi, svolta senza attaccamento verso i suoi frutti.
  3. Retta sussistenza, cioè vivere in modo equilibrato evitando gli eccessi, procurandosi un sostentamento adeguato con mezzi che non possano arrecare danno o sofferenza agli altri. Questo comporta anche la corretta padronanza delle proprie intenzioni, in modo che esse siano sempre orientate e dirette lungo la linea mediana di condotta di vita lontana dagli estremi dell’ascetismo e dell’edonismo.
  4. Retto sforzo, cioè lasciare andare gli stati non salutari e coltivare quelli salutari. Significa anche confidare nella bontà della propria pratica buddhista perseverando con un corretto ed equilibrato impegno nello sforzo, motivato dalla fede che al buddhista praticante proviene dai risultati ottenuti nell’avanzamento lungo il percorso della propria personale realizzazione spirituale e nell’avanzamento verso una sempre maggiore capacità di esercitare la “Corretta azione” nella propria pratica buddhista.
  5. Retta presenza mentale, cioè la capacità di mantenere la mente priva di confusione, non influenzata dalla brama e dall’attaccamento.
  6. Retta concentrazione, cioè la capacità di mantenere il corretto atteggiamento interiore che porta alla corretta padronanza di sé stessi durante la pratica della meditazione.
  7. Retta visione, cioè il riconoscimento delle “Quattro Nobili Verità” attraverso la loro corretta conoscenza e la conseguente loro corretta visione.
  8. Retta intenzione, cioè il corretto impegno sostenuto dalla “Retta visione” nel padroneggiare la tṛṣṇā (l’attaccamento al desiderio di vivere, alla brama ed all’avidità di esistere, di divenire o di liberarsi, al desiderio di affermare il proprio presunto «sé esistente») e dalla compassione per tutti gli esseri.

(Fonte: Wikipedia + modifiche personalizzate)


#O


#P

Pāramitā

Come sostantivo indica la “perfezione in” e specificatamente nel Buddhismo, le “virtù trascendenti” ovvero “non mondane”.
Nel Buddhismo il termine pāramitā indica quelle “virtù” che chi vuole intraprendere il cammino del bodhisattva e quindi realizzare lo stato di buddha, deve compiutamente sviluppare. Sempre in ambito buddhista il termine è stato differentemente analizzato dalle scuole di tradizione del Canone pāli ovvero dalla scuola del Theravāda, rispetto alle scuole di tradizione dei Canoni cinese e tibetano ovvero dalle scuole del Mahāyāna.

L’elenco delle sei pāramitā (perfezioni)  per le scuole del Mahāyāna sono:

  1. Dāna: generosità, disponibilità;
  2. Śīla: virtù, moralità, condotta appropriata;
  3. Kṣanti: pazienza, tolleranza, sopportazione, accettazione;
  4. Vīrya: energia, diligenza, vigore, sforzo;
  5. Dhyāna: concentrazione, contemplazione;
  6. Prajñā: saggezza.

(Fonte: Wikipedia + modifiche personalizzate)


#Q

Quattro Nobili Verità

Le Quattro Nobili Verità rappresentano un elemento cardine della dottrina buddhista.
La narrazione classica delle vicende che portarono il principe Siddhārtha Gautama, detto il Buddha, a sviluppare la dottrina della religione di cui fu il primo maestro lo riporta tanto sollecito e ansioso di risolvere il problema esistenziale di base della vita umana dall’abbandonare la vita principesca di palazzo per intraprendere le varie vie di ricerca e di pratica religiosa del tempo.
La prima conclusione ferma di tale ricerca fu lo sviluppo della dottrina delle Quattro Nobili Verità, della cui essenza gli sorse la consapevolezza durante una meditazione condotta nel Parco dei Cervi (o delle gazzelle) di Sārnāth, presso Varanasi. Le Quattro Nobili verità sono:

  1. La Verità del dolore
    Nella vita degli esseri senzienti, tra cui l’essere umano, è insita la “sofferenza” (san. duḥkha). Tale esperienza del dolore riguarda anche i momenti di “appagamento” e “serenità” in quanto essi stessi impermanenti.
    Nei testi canonici il Buddha Shakyamuni individua otto tipi di dolore:
    – Il dolore della nascita, causato dalle caratteristiche del parto e dal fatto di generare le sofferenze future.
    – Il dolore della vecchiaia, che indica l’aspetto di degrado dell’impermanenza.
    – Il dolore della malattia, determinato dallo squilibrio fisico.
    – Il dolore della morte, generato dalla perdita della vita.
    – Il dolore causato dall’essere vicini a ciò che non “piace”.
    – Il dolore causato dall’essere lontani da ciò che si “desidera”.
    – Il dolore causato dal non “ottenere” ciò che si “desidera”.
    – Il dolore causato dai cinque skandha (o aggregati), ovvero dalla loro unione e dalla loro separazione. Questi sono: il corpo; i sei sensi (la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto e la mente); le sensazioni; le percezioni; la coscienza.
  2. La Verità dell’origine del dolore
    Il “dolore” non è colpa del mondo, né del fato o di una divinità; né avviene per caso. Ha origine dentro di noi, dalla ricerca della felicità in ciò che è transitorio, spinti dalla sete, o brama (sanscrito tṛṣṇā), per ciò che non è soddisfacente.
  3. La Verità della cessazione del dolore
    “Esiste l’emancipazione dal dolore”.
    Per sperimentare l’emancipazione dal dolore , occorre lasciare andare tṛṣṇā, l’attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevoli per cui ciò che è provvisorio è maggiormente desiderabile. Questo stato di cessazione viene denominato nirodha ( giapp. metsu).
  4. La Verità della via che porta alla cessazione del dolore
    “Esiste un percorso di pratica da seguire per emanciparsi dal dolore”.
    È il percorso spirituale da intraprendere per avvicinarsi al nirvāṇa (pāli nibbāna).
    Esso è detto il Nobile Ottuplice Sentiero.

(Fonte: Wikipedia + modifiche personalizzate)


#R


#S

Śūnyatā

In sanscrito letteralmente significa «vacuità». E’ un termine chiave del buddismo Mahāyāna.
La Prajñāpāramitā sūtra elenca venti tipi di vacuità:

  1. Vacuità degli organi di senso (adhyatana śūnyatā).
  2. Vacuità dei fenomeni percepiti (bahirdhā śūnyatā).
  3. Vacuità degli organi di senso e dei fenomeni percepiti (adhyatanabahirdhā śūnyatā).
  4. Vacuità della vacuità (śūnyatā śūnyatā).
  5. Vacuità dello spazio (mahā śūnyatā).
  6. Vacuità dell’assoluto (paramārtha śūnyatā).
  7. Vacuità dei fenomeni condizionati (saṃskṛta śūnyatā ).
  8. Vacuità dei fenomeni non condizionati (asaṃskṛta śūnyatā ).
  9. Vacuità di ciò che è al di là dell’eterno e del nulla (atyanta śūnyatā ).
  10. Vacuità di ciò né inizia né termina, del Saṃsāra (anavaraga śūnyatā).
  11. Vacuità di ciò che degli insegnamenti che vanno accolti (anavakara śūnyatā ).
  12. Vacuità dell’intima natura dei fenomeni (prakṛti śūnyatā).
  13. Vacuità di qualsiasi fenomeno o dharma (sarvadharma śūnyatā ).
  14. Vacuità delle caratteristiche di ogni singolo dharma (svalakṣaṇa śūnyatā).
  15. Vacuità dell’inconcepibile (anupalambha śūnyatā).
  16. Vacuità dei fenomeni privi di identità (abhāvasvabhāva śūnyatā ).
  17. Vacuità dei fenomeni che posseggono delle sostanzialità (bhāva śūnyatā).
  18. Vacuità di ciò che è privo di sostanzialità (abhāva śūnyatā).
  19. Vacuità dell’identità (svabhāva śūnyatā).
  20. Vacuità della natura trascendente (parabhāva śūnyatā).

Tali “vacuità” stanno ad indicare che ogni forma, esistenza o non esistenza, è vacuità e ogni vacuità è ognuna di queste.

(Fonte: Wikipedia + modifiche personalizzate)

Shoshin

Nel Buddhismo Zen viene inteso come “Mente di principiante” riferendosi al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione, passione e assenza di preconcetti quando si studia una materia e non solo, proprio come farebbe un principiante.


#T


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